Il cinema di Piavoli è costantemente proiettato verso un altrove, verso qualcosa che può apparire vicino e lontano, emanazione di un esserci (della macchina da presa come dell’uomo) ed espressione di un linguaggio che arriva da lontano. È indefinibile. Difficile se non impossibile per il critico o per lo spettatore paragonarlo ad altri modelli. Sin dai cortometraggi girati negli anni Sessanta (da Le stagioni e Domenica sera a Emigranti ed Evasi), il regista bresciano costruisce i principi di un modo nuovo di partecipare all’esistenza. Nuovo in quanto la dialettica individuo-natura si traduce in dispositivo, trasformandosi in linguaggio filmico e in riflessione sul significato ultimo delle immagini. Tutto ha un valore: il bacio fra due innamorati, il vento che per un attimo toglie agli alberi il peso dell’immobilità, come l’occhio nostalgico degli adulti di fronte all’erotismo esploso nel ballo dei giovani; l’acqua che diventa ghiaccio, le rughe sui volti assimilate alle tracce sui tronchi, come il bambino che gattona; l’imbarcazione di un gruppo di guerrieri erranti incastrata sulla linea d’orizzonte, una moglie in penombra che aspetta, come la solitudine di una famiglia e la fine dell’amore. Ogni cosa dev’essere colta. Forse perché dopo non ci sarà più tempo per farlo e ciò che resta è un film che mostra l’uomo nell’universo, entrambi ridotti agli impulsi elementari.
Un semplice ma poderoso bisogno muove l’opera di Piavoli. I rumori della natura danno vita a un personaggio concreto, che ha la stessa dignità del contadino che pianifica il raccolto in L’orto di Flora (parte di Terra madre diretto da Ermanno Olmi), di Nostos o del protagonista che, in Al primo soffio di vento, spia i lavoratori di colore mentre cantano le melodie della terra di origine. Ecco il motivo per cui la volontà di osservare la vita e di ricercarne il senso nei moti più impercettibili ha modificato, non solo dal punto di vista narrativo, determinate esigenze del cinema italiano. Ricordiamo che il primo lungometraggio risale al 1982. Il pianeta azzurro rappresenta una pellicola di rottura, grazie alla capacità di indebolire le certezze razionali dello spettatore. Il dialogo tra le ere millenarie, il passaggio delle stagioni e i giorni non avviene sul piano del racconto di una storia con azioni governate da regole standardizzate. Alla base dell’impianto complessivo c’è la spinta a guardare e ascoltare. C’è un puro effetto sensoriale, che in modo diretto porta in primo piano le manifestazioni del cosmo e il vissuto umano. Le medesime caratteristiche riemergono nel successivo Nostos, il ritorno. Qui il tradizionale tragitto dell’eroe animato dal desiderio di ritrovare casa (con la tentazione opposta di scoprire nuovi mondi) viene interrotto da un percorso che è essenzialmente interiore, tra memoria individuale, fantasmi del passato, dolori e voglia di tornare. Il contatto con sé stessi è indispensabile prima del rimpatrio. Le sequenze, così, si organizzano attorno a catene di associazioni mentali, improvvisi momenti di stasi e tempi morti, in cui l’unico conflitto che coinvolge il protagonista è quello con le proprie contraddizioni e con la forza primordiale dei fenomeni.
Vedere un film di Piavoli implica assistere ai cambiamenti scaturiti dall’esperienza della durata. L’osservazione prolungata è in grado di condensare sulla superficie di un’inquadratura il susseguirsi delle stagioni e quello più ampio delle generazioni. Questo fa di Voci nel tempo (i cui protagonisti sono gli abitanti della cittadina mantovana di Castellaro) un’opera che cattura qualcosa di assoluto. Lirismo, poesia, sublime sono termini che rischiano di essere sfuggenti e, di conseguenza, riduttivi. Nel suo personale incontro con la realtà degli uomini nella natura, Piavoli cerca i dettagli quasi infinitesimali di un mondo mai interamente decifrabile, ma approda a una raffigurazione universale fatta di corpi, oggetti ed elementi primari. Un ritratto che dimostra di essere totale, rivelazione di uno spaziotempo che è ovunque e sempre, capace di fare del duello una polifonia. E del contatto fra linguaggi diversi un concetto al limite del sacro.
In fondo, per Piavoli il paesaggio che circonda il borgo bobbiese incarna la meta di un nuovo viaggio di scoperta. Come il mare per Nostos. Per questo il suo è anche un po’ un ritorno.
(Ivan Moliterni)



